La vecchia e triste Chiesa?



17 maggio 2012 ore 11:12 , scritto da don Giacomo Pavanello

Qualche giorno fa, un parlamentare cattolico (uno dei pochi che possa definirsi tale, oggi) mi ha offerto una frase folgorante e geniale: “Una Chiesa che invecchia, non è una Chiesa numericamente più esigua, ma una Chiesa che è triste.”

All’udire queste parole ho pensato a mia nonna, la persona più anziana che nel mio cuore ha un posto speciale in virtù dell’affetto che ci unisce. Lei è già invecchiata e nella sua mente trovano più spazio i ricordi del passato piuttosto che le aspettative nei confronti del futuro. Ha visto la guerra; ha conosciuto la povertà e la fatica di costruire una famiglia solida e sana; ha vissuto la malattia e anche la morte di persone a lei carissime. Già, è vecchia: lampante e ovvia realtà. Ma non è triste. Non lo è mai stata. Affaticata, spossata, demotivata, spiazzata, magari questo sì. Fa parte della vita. Ma triste mai! Un’anzianità che non è triste, è un’anzianità che è pienezza, frutto di una vita vissuta fino in fondo secondo quel progetto per cui fin dall’origine dei tempi è stata pensata.

C’è un altro tipo di vecchiaia, che è quella che non provoca tenerezza, rispetto o ammirazione, bensì repulsione, fuga e forse pure disprezzo. È la vecchiaia di chi ha paura, di chi si rinchiude nel rassicurante già visto, negli schemi triti e ritriti che non lasciano spazio alla stasi della contemplazione, bensì alla paralisi del convenzionale.
Non sono preoccupato per i banchi vuoti nelle nostre grandi cattedrali. Torneranno un giorno traboccanti di persone. Sono preoccupato per l’avanzare della tristezza. Senza la gioia, i banchi vuoti rimarranno tali.
Fa male accorgersi che anche a trent’anni si corre il rischio di essere insignificanti e vuoti, come un anziano che sceglie di chiudersi in un ospizio ad aspettare la morte, invece che sostare gli ultimi anni della propria vita a contemplare il miracolo vissuto e tesserne le lodi.

Mi chiedo talvolta perché certi aspetti di certa vita ecclesiale non mi ricordino la vecchiaia di mia nonna, piena di vita, bensì la vecchiaia di altre scelte sciagurate, già asfittiche di morte e non senso.
Si dice che la Chiesa è sempre giovane perché sempre si ricostituisce di nuovi membri. Ma chi, sano di mente, consapevolmente sceglie di restare in un ambiente triste? Nessuno. Si dice pure che ognuno conosce veramente solo la propria esperienza. Di tutto il resto, possiamo averne racconti e testimonianze. Io so che è possibile vivere da anziani in serenità e pienezza perché ho mia nonna e il suo esempio.

Quindi, una Chiesa che conosce solo l’anzianità della ritirata dalla vita, è una Chiesa che ha fatto esperienza della Risurrezione? Si può anche pensare che, tutto sommato, la selezione naturale farà il suo corso: resterà chi vive da risorto, allargandosi e coinvolgendo nuove leve. Se ne andrà nella nebbia chi invece è triste e senza prospettiva. Però è anche vero che dietro alle situazioni ci sono sempre delle persone, che possono avere pure alcune responsabilità nella situazione che vivono o che hanno creato, ma che sono pur sempre figli di Dio e destinatari possibili dell’annuncio pasquale.

“Come ne sentiranno parlare senza qualcuno che lo annunci?” (Rm 10,14)

L’urgenza di annunciare il vangelo della gioia è quanto mai importante oggi, in questa congiuntura sociale, economica e culturale in cui la parola crisi non è più sinonimo di cambiamento o di passaggio, ma di fallimento e di agonia.

La gioia è il sapore della Risurrezione, così come la tristezza lo è per la morte. C’è un infinito bisogno di cantori della gioia, anche all’interno della Chiesa, che aiutino a passare dai volti austeri e granitici ai volti distesi e illuminati, dalle mani infiacchite alle mani operose, dalle parole scontate alle parole nuove, dagli sguardi bassi agli sguardi contemplativi.

Solo chi ne ha fatto esperienza viva, solo chi è passato da morte a vita può esserne testimone credibile.
Uso una frase un po’ più forte del mio amico parlamentare: una Chiesa triste non è una Chiesa che invecchia. È una Chiesa che muore.

La Chiesa siamo noi. Chi ha incontrato la Gioia vera, non la abbandoni. Chi ancora non sa cosa sia, la cerchi, abbandonandosi invece a Colui che in tutto può molto più di quanto possiamo chiedere o domandare (Ef 3,20).
Lui, può farci passare, già ora, dalla morte alla vita.