Giovanni Paolo II, testimone dell’assoluto



3 febbraio 2010 ore 10:12 , scritto da Saverio Gaeta Gaeta

Presentando in questi giorni il libro Perché è santo, che ho scritto per la Rizzoli con il postulatore della causa di Giovanni Paolo II monsignor Slawomir Oder, mi sono trovato a riflettere su alcuni aspetti del magistero di papa Wojtyla che soltanto di recente sono stati messi in luce. Ne ho tratto la conclusione che è profondamente vera la frase che lo stesso pontefice diceva a qualche amico: «Cercano di capirmi dal di fuori. Ma io posso essere capito solo da dentro».

Mentre si approssima la data della cerimonia di beatificazione del papa che ha introdotto la Chiesa nel terzo millennio, la sua figura spirituale si staglia sempre più netta. Secondo uno schema giornalistico, Giovanni Paolo II è stato il pontefice più mediatico della storia, quello su cui si ritiene di sapere già tutto, avendolo visto di persona, oppure avendone ascoltati e letti tanti discorsi, citazioni, interpretazioni. In realtà quel che era restato fuori dalla pubblica conoscenza, mentre papa Wojtyla era in vita, è stato in particolare l’aspetto ascetico, che ha rappresentato la vera essenza del suo modo di svolgere il ministero sacerdotale e tutti i compiti che via via il Signore ha voluto affidargli.
Per esempio la lettera di dimissioni, firmata già nel 1989 e riconfermata nel 1994, era un modo di porsi nelle mani di Dio, rendendosi disponibile a «rinunciare al sacro e canonico ufficio di romano pontefice nel caso di infermità che si presuma inguaribile e che impedisca di esercitare le funzioni del ministero petrino». Ma il fatto che papa Wojtyla non abbia mai posto in essere questa volontà non era dovuto al desiderio di restare su un trono, bensì alla consapevolezza che «Cristo non è sceso dalla croce». Un monito per tutti noi, quando facciamo fatica e vorremmo tirarci indietro dinanzi alle sfide che ci chiede la nostra fede.
E ugualmente una “lettera aperta” ad Alì Agca, che Giovanni Paolo II avrebbe voluto leggere pubblicamente, rappresentò l’occasione per riconfermare, a cinque mesi dall’attentato, il suo desiderio di perdonare l’attentatore. Lasciandoci in eredità l’invito a farci sempre carico dell’oscurità in cui può trovarsi a vivere un nostro fratello: «È importante che neanche un episodio come quello del 13 maggio 1981 riesca ad aprire un abisso tra un uomo e l’altro, a creare un silenzio che significa la rottura di ogni comunicazione».
Un sorridente aneddoto ci sollecita a porci sulla lunghezza d’onda giusta, quella che pone al centro di ogni gesto la volontà di compiere la volontà di Dio sulla nostra vita. Un giorno, una delle suore in servizio nell’appartamento pontificio vide Giovanni Paolo II particolarmente affaticato e gli confidò di essere «preoccupata per Sua Santità». «Anch’io sono preoccupato per la mia santità», fu la sorridente e fulminea risposta del Papa.