Un sogno



26 febbraio 2010 ore 15:19 , scritto da cristina magnaschi

Per la prima volta in vita mia ho fatto un sogno a puntate. Anzi, ho fatto un sogno in fieri che, in tre notti, mi ha portato a una riflessione che voglio condividere con voi.

Il primo sogno: sono stesa, una donna che non vedo, ma la cui voce mi regala pace, mi parla all’orecchio sinistro e mi racconta di un carissimo amico, un sacerdote a cui voglio molto bene e che stimo moltissimo. Quella donna mi dice che il mio amico è un uomo vero, forte e onesto, che sa comandare, nel senso nobile del termine, che sa condurre greggi enormi con tenerezza, comprensione e polso fermo. Mi spiega che questo sacerdote è sempre in contatto con Lui, che ha avuto grandi manifestazioni e che fa miracoli. Il suo unico problema, mi ripete più volte, è che di carattere è troppo chiuso.

Appena sveglia, mi vien da ridere, mi sembra che il carattere chiuso sia talmente poco rispetto alla grandezza del resto… Decido di chiedere a lui cosa ne pensa, gli mando un sms con il racconto del sogno. Purtroppo mi risponde lapidario, come immaginavo: «L’unica cosa vera è il mio carattere chiuso».

La notte successiva però ci risiamo. Il secondo sogno: io e il don siamo in macchina. Lui guida, io sono seduta sul sedile al suo fianco. Stiamo percorrendo una grande strada in mezzo al nulla. Mi dice che dovrei fare come lui, che è facile: «Basta non smettere di schiacciare l’acceleratore e affidarsi a Lui. L’importante è non fermarsi mai perché anche se tu non sai dove stai andando, Lui sa dove vuole portarti». Poi, si gira verso di me, io sorrido, lui si mette a cantare. Al mattino, mi sveglio piena di gioia e di forza. Porto Bea a scuola e poi volo in ufficio, apro il computer, mi metto a scrivere il mio romanzo e, per tante ore, senza neanche accorgermene, non stacco.

Il terzo sogno: «Sono a una lezione del mio amico sacerdote. L’aula è piccola ma molto accogliente, sento che ci sono altre persone ma non le vedo. Il don inizia a parlare della Samaritana. Io gongolo, la Samaritana mi è sempre piaciuta perché con il suo modo di essere parla dell’intuito delle donne, di quando, di pancia, sentono di essere davanti a qualcuno che sconvolgerà la loro vita. In quel momento, bisogna essere capaci di sentire se il solito orizzonte, se il solito copione può essere messo in discussione, se non si tratta di illusione ma di verità. Il mio amico parla, incanta e conclude il suo discorso con «qui non è questione di obbligare a una scelta, ma di puntare sull’umanità, di cercare, come ha fatto Cristo, uno spiraglio che arrivi dritto al cuore. E dunque, in definitiva si tratta di affrontare il rischio di camminare insieme, di scoprire insieme».

Stamattina mi sveglio nell’urgenza di appuntarmi queste parole, non voglio dimenticarle. Continuo a pensare a quel sogno. Alla Samaritana che, quando ha incontrato Cristo, proprio in quel momento, aveva bisogno di altro rispetto alla sua solita vita e non osava dirselo. Mi chiedo di che cosa ho bisogno io che non oso confessarmi, mi si insinua il dubbio (che quando si affaccia nelle nostre vite è sempre utile) e inizio a riflettere, a vagliare le opzioni. So di aver bisogno di tenerezza quando mi scatta, e non riesco ancora a fermarmi, la maschera della durezza; di lanciarmi in una nuova avventura quando attendo troppo; di libertà quando mi dico affezionata alle catene; di preghiera quando inizio a lamentarmi degli altri.

Sto ancora pensando quando ricevo una mail dall’Udi, spiega la nuova campagna che partirà l’8 marzo: si chiama Immagini amiche e chiede che venga applicata la Risoluzione del Parlamento europeo sull’impatto del marketing e della pubblicità sulla parità tra uomini e donne. In sostanza, l’Udi non vuole più vedere pubblicità nemiche del corpo delle donne circolare nello spazio pubblico. Non vuole che i nostri figli e le nostre figlie si abituino alla normalità di cartelloni negli spazi comunali che finiscono per essere complici di vilipendio delle proprie cittadine. E lo chiede a partire dal fatto che quegli spazi sono di tutti.

Sono felice di questa nuova impresa dell’Udi, ci credo molto, ma al momento la mia mente continua a tornare al sogno, alla Samaritana. E mi viene in mente un altro pensiero: ma se tutti noi sapessimo di che cosa abbiamo bisogno nonostante la pubblicità e le mode congiurino per creare in noi finti bisogni? E se provassimo a smettere di dipendere dal superfluo, di negarci l’essenziale? E se provassimo a prendere coscienza dei nostri bisogni essenziali e delle paure che abbiamo nell’ammettere il bisogno di spiritualità di questo nostro mondo?