Consigli per una vita facile?



12 marzo 2010 ore 10:00 , scritto da cristina magnaschi

Non so come reagite voi, ma io spesso, pensando a dove sta andando questo mondo matto, mi sento presa dallo smarrimento.

Non che abbia intenzione di deporre gesti e parole, no, questo non capiterà mai, ma ho voglia di capire, di cercare, di sapere di più. Scandaglio i giornali e internet, interrogo le persone che incontro, scruto i vari capi che appaiono in tivù eppure mi manca sempre qualcosa… Forse pecco di supponenza, per carità, e del resto sono cresciuta con un papà che mi ha sempre detto: «Siccome sei intelligente, se non capisci qualcosa, è perché ti manca un tassello che devi ancora trovare». Però, da sempre, grazie a lui, cerco in continuazione, un po’ per curiosità, un po’ per mestiere, un po’ per far fronte alle mie crisi personali.

Cercare di capire cosa c’è dietro una facciata, dunque, è diventato il mio amatissimo mestiere e una filosofia di vita. Certo, poi a volte, anzi, sempre più spesso a dir la verità, bisogna fare i conti con il capire e sentirsi allo stesso tempo impotenti perché non si hanno i mezzi per muoversi diversamente. Il che, tornando alla crisi economica di oggi, equivale a dire: ma perché non si può far piazza pulita di tutti quelli che ci hanno portato in questa situazione?

La grande crisi dell’autunno 2008 ha sconvolto di sicuro le nostre categorie di pensiero, e in America ha portato Obama che se da una parte non ha ancora messo in pratica un disegno sociale a cui si possa aspirare e ha frustrato i suoi elettori per i continui compromessi a cui è sottoposto, dall’altra ha ridato fiducia ai giovani, usa la diplomazia per dialogare con chi non è d’accordo con lui e non per ricompensare chi è d’accordo. Ma se in America ha portato Obama (confesso che non vedo l’ora che si candidi Michelle, però…), da noi il rischio, meglio che vada, è che si torni ai vecchi noti volponi e basta.

Intanto mi fa impressione vedere che nella vita reale, più ancora che nelle sale della politica, tutto sembra imbrigliato in una forzosa coazione a ripetere senza sosta gli antichi errori. Avete presente quando si curva con gli sci e, per avere più aderenza al terreno si deve spingere in avanti anziché, come verrebbe naturale, sedersi sui talloni? Ecco a me sembra che oggi si sia ancora fermi a quello che è più facile fare, quello che si può ottenere anche senza prepararsi, senza sfinire la propria pancia e le proprie meningi. Anzi, questa fatica ai piani alti della società, ormai la si fa solo per pararsi le spalle, per continuare a mantere stipendi, garanzie e potere stratosferici e non invece per cercare di capire come si possa creare un mondo che funzioni in cui essere, non dico felici, ma almeno fiduciosi sì.

Il rischio, al giorno d’oggi, è che tutto, in nome e per colpa della crisi, resti sempre più uguale a prima cambiando spesso solo in peggio, solo in apparenza e non in sostanza. Insomma, diciamocelo, la crisi serve anche a giustificare boiate che prima non sarebbero state accettate ma da bastonati come ci sentiamo e strumentalizzati come crediamo di non essere, questo non sembra proprio il momento di reagire, vero? Ebbene, secondo me, questo invece è proprio il momento di reagire, di dissentire, di provare a pensare qualcosa di diverso. Iniziando magari con lo spegnere, per esempio, sempre più spesso la tivù e usare quelle ore per leggere e studiare cose nuove, per pregare, per fare sport, per fare, insomma, tutto quello che ci è possibile per aprirci o liberarci la mente e il cuore, per tornare a pensare con schemi che non rispondano solamente a logiche di potere, di successo, di soldi.

Mi diceva un’amica stamattina davanti alla scuola dei nostri figli: «Quello che stupisce è che troppo pochi ancora capiscano come questo ideale di vita facile proposto dai media non sia in realtà per niente facile. Del resto, condanna a un continuo movimento per ottenere sempre di più, per guadagnare alla fine solo un infinito senso di inadeguatezza, di frustrazione, di incapacità». Parole che fanno centro, vero? E allora, dopo averla incontrata mi è venuta voglia, mentre tornavo a casa di meditare la prima lettura di oggi, dal libro del profeta Osèa (cfr. 14, 2-10).

A me, di solito, vien da pensare che certe volte è necessario giungere al fondo per rendersi conto che nessuno può aiutarti se non Dio solo. Oggi però, mi è venuta in mente la storia del premio Nobel Yunus, il banchiere dei poveri, un uomo che ha cambiato il destino di moltissime donne, dei loro figli e dei loro anziani genitori. Come? Si è fermato a pensare, a osservare, a sentire. Ha guardato il suo paese, il Bangladesh, ha visto troppa gente senza niente, troppe morti, troppi soprusi e ha sentito dentro una grande voglia di dare una mano, di darsi da fare. Sembrava impossibile, in tanti gli dicevano di mettere a frutto i suoi soldi, i suoi studi, di guardare oltre. Ma lui ha resistito e un giorno ha provato a pensare al contrario: «Le banche di solito danno i soldi agli uomini? Ebbene io li darò alle donne»; «Le banche chiedono garanzie e quindi alla fine finanziano solo i ricchi? Ebbene io mi dedicherò agli ultimi, chiederò a una comunità di donne che siano garanzia e aiuto per la sorella, che si impegnino a ben nutrire e a mandare a scuola i loro figli»; «Le banche hanno un luogo fisico dove ricevono? Ebbene io andrò dai miei clienti». E così via fino a che Yunus ha scoperto che funziona, che la povertà si può combattere ed eliminare.

Insomma, io credo che si debba non cedere alla rassegnazione e che per farlo si debba aver bene in mente e nel cuore la nostra ricerca interiore. Per cominciare credo che si possa provare a fermarsi ogni giorno per riflettere e sentire, ci si possa permettere di dedicarsi alle emozioni e ai sentimenti che non possono essere banalizzati, dati per scontati, compressi perfino in sigle che ci danno l’illusione di comunicare. È il momento in cui è giusto rendersi conto che abbiamo svuotato, noi figli della fretta, di tenerezza e attenzioni i nostri giorni, abbiamo perso il sapore della carità, dell’attenzione all’altro in un infecondo tentativo di globalizzazione anche dei sentimenti per farci sentire la coscienza a posto, per non dirci che troppo spesso restiamo in superficie e pensiamo che basti, che gli altri non lo sentano. Però poi ci stupiamo se ci sentiamo soli e disperati… Ecco, io credo che si debba, tutti insieme, recuperare il gusto della vita, pregare affinché, come diceva don Tonino Bello, il mio poeta della speranza preferito, «ci sia donata l’impazienza di Dio», quella che «ci fa allungare il passo per raggiungere i compagni di strada» e non «l’ansia della metropoli che ci rende specialisti del sorpasso», che «ci fa guadagnare tempo ma ci fa perdere il fratello che cammina accanto a noi». E se iniziassimo tutti dal tenderci più spesso la mano, dal dedicarci pensieri, parole, gesti, preghiere veri, non finti,senza maschere, ma meditati? Voi che ne pensate?