La leggenda del grande inquisitore



8 aprile 2010 ore 06:47 , scritto da Francesco Candian

La Pasqua è un mistero: è insito nella sua stessa natura che in tre giorni ha racchiuso in sè altri misteri della natura umana come la passione e la morte e alcun’altri misteri della natura divina che possiamo riassumere nel nome di resurrezione.
E noi restiamo lì, meravigliati, a osservare dall’esterno questo mistero: cerchiamo di immergerci, ma per ogni nostra immersione scopriamo che ci sta ancora un pò più di profondità da scoprire e ne risaliamo alla fine di questi tre giorni sapendo che forse un passo in più l’abbiamo fatto ma ancora lunga è la strada che abbiamo davanti.

In questo nostro immergersi per giorni e giorni in un mistero pasquale, in un mistero imperscrutabile, appena lontanamente intuibile e di sicuro non razionalizzabile, probabilmente perdiamo di vista la quotidianità della Pasqua: io almeno, in questi giorni, mi sono interrogato spesse volte se quel mistero di dolore-amore, tanto più simile a una nascita che ad una morte, non sia solo una parentesi emotivo-spirituale per la mia persona da relegare in una settimana fluttuabile tra il 25 marzo e il 25 aprile di ogni anno, oppure una quotidianità fatta di morti e risurrezioni, una quotidianità fatta di Pilato e di Maria, fatta di bende “sgonfie” e discepoli che rinnegano, una quotidianità fatta di me che scelgo momento dopo momento che ruolo svolgere in questa rappresentazione!

In tutto ciò manca il protagonista principale, colui che la passione, la morte e la resurrezione l’ha vissuta su di se per un fine comune, quel protagonista che in questi giorni ha commosso e emozionato nelle varie celebrazioni, Gesù.
Allora provo ad immaginare che Gesù sia di nuovo in mezzo a noi in forma umana, non per l’ultima volta come ha promesso, ma come di passaggio e provo ad immaginare di essere il protagonista di alcune pagine di Fedor Dostojevskij tratte dai fratelli Karamazov: Dostojevskij immaginava, nella Siviglia del 1500, che un grande inquisitore incontrasse per strada Gesù, ridisceso in terra tra gli uomini. Il dialogo tra i due è molto toccante e la risposta finale dell’inquisitore è una sola:

– “Sei Tu, sei Tu?” – Ma, non ricevendo risposta, aggiunge rapidamente: – “Non rispondere, taci. E che potresti dire? So troppo bene quel che puoi dire. Del resto, non hai il diritto di aggiunger nulla a quello che Tu già dicesti una volta. Perché sei venuto a disturbarci? Sei infatti venuto a disturbarci, lo sai anche Tu. Ma sai che cosa succederà domani? Io non so chi Tu sia, e non voglio sapere se Tu sia Lui o soltanto una Sua apparenza, ma domani stesso io Ti condannerò e Ti farò ardere sul rogo, come il peggiore degli eretici, e quello stesso popolo che oggi baciava i Tuoi piedi si slancerà domani, a un mio cenno, ad attizzare il Tuo rogo, lo sai? Sí, forse Tu lo sai”, – aggiunse, profondamente pensoso, senza staccare per un attimo lo sguardo dal suo Prigioniero.

Ecco, la rappresentazione ha solo due personaggi: Gesù e L’inquisitore. E un unico possibile finale: la condanna di Gesù, del Prigioniero.

Forse perchè, come l’inquisitore si ostinava a ricordare qualche riga prima, con la prima venuta Gesù aveva fatto tutto, non aveva nient’altro da fare se non tornare nella fine dei tempi. Ormai aveva detto tutto quello che c’era da dire il Prigioniero, ma, non solo, aveva anche fatto il passaggio di consegne: aveva istituito la chiesa la quale ora è il sovrintendente di un paese che attende solo il ritorno, glorioso, del Re! Non il ritorno di un Gesù sconfitto, quello fa paura, fa ribrezzo, ora si attende solo il Cristo Glorioso.

O forse perchè è più facile amare un Cristo non presente: del resto, come l’uomo riesce ad amare di un amore puro solo la donna che non ha mai toccato, così è molto più semplice amare un Cristo morto 2000 anni fa e fortunatamente risorto in breve tempo: ora lo possiamo amare nella sua gloria di risorto e nella sua presente assenza, onde evitare il rischio di doverle accarezzare quelle piaghe.

Ciò non toglie che sia stato ricondannato, ciò non toglie che i personaggi restino solo 2, un nuovo inquisitore, custode di un regno che ha fatto suo, e un nuovo Cristo, traditore delle umane aspettative.

Io da che parte sto? Rischio, ho mai rischiato o rischierò di annunciare un Gesù a mia immagine e somiglianza arrivando all’assurdo di rinnegare il Gesù vero? A volte ho come l’impressione, durante la Pasqua, che giocando a fare lo spettatore esterno, a prendere la parte di Pietro o di Giuda, a prendere la parte di Pilato o di Caifa, mi dimentico che l’unica parte che un Cristiano è chiamato ad intepretare in questa rappresentazione è la parte di Gesù, proprio colui che ha detto “Amatevi come io vi ho amato!”