Gioia e Piacere



21 maggio 2010 ore 15:17 , scritto da cristina magnaschi

Gioia e piacere sono ormai diventati sinonimi. L’altro giorno me lo ha fatto notare un insegnante della scuola di mia figlia segnalandomi un interessante articolo di Hartwig Schiller, un signore tedesco che in realtà io non conoscevo neppure. Leggendolo ho scoperto che Schiller nel suo scritto, per spiegare questa anomalia dei nostri tempi, partiva dal colloquio tra san Francesco e frate Leone nel loro viaggio tra Perugia e Santa Maria degli Angeli.

Questo, ovviamente, ha attirato subito la mia attenzione.

È inverno, fa freddo e i due tormentati dal gelo camminano faticosamente. Francesco chiama più volte frate Leone che lo precede e lo fa riflettere su cosa sia «la perfetta letizia». Non è saper fare miracoli, conoscere «tutte le lingue e scienze e scritture… profetare… rivelare cose future», nemmeno «convertire gli infedeli alla fede di Cristo», ma la perfetta letizia sta nel sopportare le difficoltà legate all’attuare il Suo messaggio. Volendo immaginarsi san Francesco oggi, fosse tra noi, forse potrebbe dire che avere onori, successo, anche grandissimo, non porta alla gioia. Semmai, onori e successo portano a stimolare l’orgoglio, la boria, l’ambizione.

La vera gioia viene invece dal saper sopportare un abbassamento, nel conservare un contegno, nel dire sempre e comunque sì a Dio e portare avanti quello che la vita, di giorno in giorno, ci pone come compito. E svolgerlo conservando la propria dignità, non dimenticando di avere e migliorare costantemente la propria calma e pazienza perché se, malgrado gli attacchi esterni, si riesce a rimanere tranquilli in sé e in Lui, la vera gioia arriva sempre. Mi viene in mente la lettera di Paolo ai Filippesi: «Abbiate gioia nel Signore in ogni tempo».

Insomma, la vera gioia è proprio legata al mettersi in contatto con le cose più alte e più sante. E non sarà un caso se nessuno, tra i santi e i fondatori del cristianesimo, ha mai pensato che una società del piacere, come la nostra attuale sempre più spesso si definisce, potesse portare gioia! Mi viene in mente un detto di Seneca: «Res severa, verum gaudium», sono le cose serie quelle che portano alla vera gioia.

Gioie degne, insomma, elaborate. Come a dire, senza sforzo non c’è nessuna gioia. Questo è un orizzonte diventa ancora più ampio se si pensa a Antoine de Saint Exupéry, l’autore de Il piccolo principe, quando scrive che «la vera gioia ci viene nel trattare con gli altri». E qui per gli altri intende non solo gli amici, ma ogni singolo altro. Perché se la grazia di Dio opera in noi, lo capiamo proprio dal fatto che diventiamo portatori di gioia attorno a noi. Del resto, la vera gioia l’uomo la sente quando sperimenta l’avvicinarsi al suo vero essere e cioè quando scopre, sente in sé, e riconosce negli altri, la scintilla divina. Questo è il nostro vero noi stessi, altro che piacere e divertimento! Per questo motivo credo sia necessaria la disciplina, un’altra parola che al giorno d’oggi evoca solo sfumature negative, facendoci dimenticare che l’origine di questa parola è proprio, guarda caso, in discepolo, in un allievo, cioè, che, in amorevole rapporto di fiducia, è in attesa di risposte da maestro riconosciuto e rispettato.

Una strada per la gioia, quindi, potrebbe essere quella di vederci responsabili delle nostre scelte, di immaginarci maestri e allievi allo stesso tempo, e non bimbi erranti in attesa di punizioni, per aiutarci a fare, non quello che ci piace, ma quello che è giusto fare, per aiutarci a essere noi stessi bilanciando amore per Dio, per noi stessi e per gli altri con l’accettazione. E ricordando sempre che Gesù (Giovanni, 15 – 19), quando Pietro si è macchiato di grave infedeltà nei suoi confronti nella notte della cattura, gli chiede di riparare a quel torto solo con amore non con penitenza né punizioni. E quindi, eGioiaSia!