Arte

Intervista ad un Iconografo

Carrissimi amici questa volta vi propongo un intervista ad un iconografo ormai di grande fama all’interno dell’iconogrfia: Giovanni Mezzalira.

Maestro di questa preziosissima arte da tanti anni appassionato, appassiona tanti alla scrittura delle icone secondo l’antica tradizione russa.

lo ringraziamo per aver condiviso con noi il suo prezioso itinerario.

Come hai scoperto l’arte dell’iconografia?

Nell’agosto del 1980, in un corso di iconografia di 10 giorni, con il padre gesuita E. Sendler. I gesuiti avevano a Parigi un centro di contatto con i profughi russi del dopoguerra: fra essi pensatori, filosofi, iconografi… la diaspora russa ha permesso la diffusione dei tesori del cristianesimo orientale russo in tutto il mondo. Devo dire che a predispormi a questa prima esperienza c’è stata la lettura dell’apprezzatissimo libro di P. Evdokimov “La teologia della bellezza” che circolava in quegli anni.

Come hai deciso di diventare un iconografo?

Ognuno di noi ha dei talenti e delle passioni naturali che spesso lo indirizzano alla scelta del proprio lavoro o professione. Fin da piccolo la mia passione era per il lavoro manuale e il soggetto sacro: ero affascinato dalle statue in legno policromo della Madonna e gli intagli in legno che vedevo nelle chiesette di montagna.

Era l’epoca del ’68 e queste mie passioni non collimavano con le mode dominanti. Sapendo che non avrei trovato risposte alle mie inclinazioni nelle scuole d’arte, ho fatto il liceo scientifico e mi sono laureato in architettura con una tesi sul simbolismo dello spazio sacro.

Dopo 10 anni di esercizio professionale in un ambiente dominato dal freddo razionalismo lecorbuseriano ho fatto quel salto un po’ temerario, sposato già con 4 figlie, di trasferirmi in montagna presso un monastero, dove un monaco, mio amico, mi aveva proposto di collaborare nell’arte sacra. Siamo nel 1984. E l’incontro con l’arte dell’icona fatta precedentemente mi è stato di riferimento in questa scelta.

Secondo te, essere un iconografo nel 2014 è una sfida o una missione?

Nel 2014 si concludono per me 30 anni di professione nell’iconografia, e se questo all’inizio mi sembrava una sfida da pioniere, ora è una realtà che non posso annullare. L’arte dell’icona ha la sua ragione d’essere nell’ambito della Rivelazione divina (l’Incarnazione del Verbo di Dio) attinente alla fede e non possiamo appropriarcene come cosa umana, ma solo metterci al suo servizio, e quindi svolgerla come missione.

Questo mi è stato chiaro fin dall’inizio, quando ho messo la mia bottega d’arte sotto il patrocinio di San Giulio, affidando a lui il compito di poter mantenere la mia famiglia con questa inusuale attività. Mi sembra con questo di dire che dipingere icone non è una professione liberale, ma un “ministero ecclesiale”. E così l’ho vissuta, seguendo la mia coscienza perché nella Chiesa cattolica non è previsto questo servizio obbediente ad una tradizione. Diverso sarebbe l’ambito della Chiesa ortodossa, in Russia in particolare.

Qual è l’aspetto che più ti affascina di quest’arte?

la mia sensibilità artistica, così come la sento parte della mia persona e del mio carattere naturale, mi porta ad amare particolarmente il disegno raffinato stilisticamente e la limpidezza armonica dei colori.

Nell’arte dell’icona, questi aspetti sono senz’altro ingredienti fondamentali e che perciò mi fanno amare questo particolare linguaggio d’arte. Ma quando si parla di cosa ci piace o ci affascina, bisognerebbe sconfinare nel discorso sulle altre facoltà interiori che spesso ne sono la premessa: ciò che ho scoperto come “vero” mi appare più bello di ciò che ho sperimentato come realtà apparente e ingannatrice.

Così ciò che ho sperimentato come “buono” e benefico nella vita mi attrae e mi commuove anche solo al vederne l’immagine. In tutto questo, poi, mi affascina la solida interezza, l’unità, l’organicità costruttiva. Forse in questo ricompare la mia esigenza come architetto, della solidità generata
dall’unità delle parti nell’insieme. Detto ancora in altre parole, di quest’arte mi affascina la solida teologia sottostante.

L’aspetto più difficile da vivere e trasmettere in quest’epoca contemporanea?

Vivo da 30 anni l’esperienza di chi svolge un’attività un po’ in controtendenza rispetto alla civiltà dominante. Se fossi vissuto in Russia, sarebbe diverso. Non a caso la Russia rimane un paese non allineato con la “globalizzazione”.

Le difficoltà sono evidenti: seguire modelli tradizionali anziché libera creatività, assoggettare il disegno ad una stilizzazione condivisa e consolidata nel tempo anziché usare un modo espressivo personale, rinunciare alla bellezza sensibile del naturalismo dei paesaggi e del corpo umano per una rappresentazione austera e simbolica evocatrice del non visibile… riferirsi sempre a verità oggettive storiche anziché a sentimenti soggettivi e a libere creazioni concettuali… per non parlare poi della figura dell’artista che si vuole vedere come genio creatore al di sopra delle norme… umiltà e pittura di icone dovrebbero andare insieme.

Qual è l’icona che preferisci?

Sono le icone delle feste liturgiche, veri gioielli di teologia. L’icona della Presentazione di Gesù al Tempio, fra queste, sempre mi commuove: c’è la Vergine che dona il suo Bambino, il vecchio Simeone tutto contento di morire ora che lo ha abbracciato, San Giuseppe che tiene le due colombelle con devozione, senza toccarle, come fossero a lui affidate, l’anziana maestra delle vergini del Tempio ripiena di spirito di profezia. 4 personaggi che si “incontrano” mossi dallo Spirito intorno al Bimbo, che si dona sotto il ciborio del Tempio. Il titolo dell’icona è l’Incontro e di fatto ogni icona vuole essere immagine dell’incontro fra Dio e l’uomo.

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