Famiglia e crisi economica: Il “Vecchio Continente” diventa sempre più il Continente vecchio



4 luglio 2012 ore 00:26 , scritto da Roberto Guerci

Torno sull’argomento famiglia e crisi economica trattato marginalmente nel mio ultimo articolo (Attacco alla famiglia=attacco alla vita), in quanto è un argomento su cui ho ricevuto diverse richieste di approfondimenti, approfittando anche della recente uscita del “The 2012 Ageing Report” cioè il rapporto dell’Unione Europea sull’invecchiamento della popolazione . In tale articolo citavo appunto come l’invecchiamento della popolazione e la bassa natalità fossero elementi determinanti dell’attuale crisi.

Il disastro economico finanziario che sta oggi sotto gli occhi di tutti è l’effetto di una serie di condizioni che partono da lontano e spaziano in tantissimi ambiti ed è caratterizzato da elementi congiunturali ed elementi strutturali. Fra gli elementi strutturali la famiglia, intesa come nucleo base della società civile, non solo occupa un funzione determinante in termini di consumi, produttività ecc., ma gioca un ruolo decisivo in quanto culla delle generazioni future.

Sono decenni che i demografi lanciano allarmi sul crollo della natalità in occidente paventando scenari preoccupanti determinati dalla crescita zero, ma solo negli ultimi anni i media hanno preso contatto con questa realtà incalzati da numeri sempre più preoccupanti.

Prima di addentrarsi sulle motivazioni di tale calo, vorrei porre l’attenzione sugli effetti di questa situazione, ormai diventata insostenibile.

Fino agli anni ’80 il calo della natalità, in campo economico, era poco avvertito in quanto era compensato in generale dall’aumento della produttività industriale, dalla crescita del PIL, dall’arrivo degli immigrati oltre ad altri fattori. Successivamente però ha cominciato a farsi sentire in maniera sempre più pesante sui bilanci degli Stati.

Il sopracitato rapporto UE traccia una visione che si spinge fino al 2060 e evidenzia un cambiamento epocale nella struttura della popolazione. Anzitutto l’aspettativa di vita aumenterà di 8 anni per i maschi e di 6,6 per le femmine che arriveranno rispettivamente a 84,6 anni per i primi e 89,1 per le seconde. La conseguenza sarà il drastico calo della popolazione attiva (compresa fra i 15 e i 64 anni) che scenderà dal 67 al 56%, gli ultra65enni dal canto loro aumenteranno dal 18 al 30% di cui gli over 80 rappresenteranno un buon 12% dall’attuale 5%. In Italia peraltro questa situazione la vivremo 20 anni prima del resto dell’Europa.

L’impatto economico sarà tremendo, dapprima il bilancio degli stati dovrà registrare un vertiginoso aumento del costo dei sistemi pensionistici e sanitari che avrà due conseguenze: l’aumento della tassazione sulla popolazione attiva e/o il decollo del debito pubblico. Questi due elementi fanno dell’Italia la peggio messa avendo già una tassazione al limite della sopportazione e un debito pubblico che stenta a rientrare. La fascia di popolazione che peraltro costituisce il motore dell’economia e alimenta i consumi (quella che va dai 20 ai 40 anni) si assottiglia sempre di più.

In questa analisi peraltro non si considera quell’aspetto cruciale che è differenza di atteggiamento che le giovani generazioni hanno nei confronti della vita, rispetto a quelle vecchie in termini di entusiasmo, gioia di vivere, voglia di fare, desiderio di crescere, di innovare, di puntare al futuro.

I cambiamenti demografici hanno come loro caratteristica peculiare una dinamica di lungo termine quindi anche promuovendo l’aumento della natalità in modo serrato e si potesse registrare un’inversione di tendenza gli effetti sarebbero visibili non prima di 30 anni.

Il nostro amato Benedetto XVI in un discorso del 2007 diceva senza mezzi termini: “Sotto il profilo demografico, si deve constatare che l’Europa sembra incamminata su una via che potrebbe portarla al congedo dalla storia”

Ma perché tutto ciò?

Le cause che hanno portato il nostro Continente a questa situazione sono molteplici e molte riconducono a quella che Giovanni Paolo II definiva la “cultura della morte”. Siamo da decenni bombardati da messaggi che esaltano l’edonismo, il piacere della vita per cui avere tanti figli non è “in”, costa fatica e denaro che è necessario per i propri piaceri materiali e superficiali. Da messaggi che infondono la paura della sovrappopolazione mondiale per cui non si fa più figli perché poi non ci sarà posto per tutti e ogni creatura che nasce è una danno per la “madre terra”. Da messaggi che inneggiano alla parità dei sessi per cui non si fa più figli perché impediscono l’affermarsi della donna nel lavoro e nella società. Da messaggi che inducono a pretendere sempre il massimo per sé e quindi i rapporti fra marito e moglie sono spesso falsati dall’egoismo per cui le coppie anche molto presto “scoppiano” o non si formano famiglie tradizionali, si preferisce rimanere single (“perché io valgo!”). Da messaggi più o meno espliciti che promuovono l’aborto in presenza di problemi di salute, economici, di coppie in crisi, di età troppo giovane ecc.

In  ultimo bisogna ammettere che non è affatto semplice avere famiglie numerose, gli Stati non le favoriscono, sono poche o assenti le politiche per la famiglia, per un facile accesso alla casa, per un’incentivazione finanziaria, per una facile accesso al lavoro femminile che tenga conto delle esigenze famigliari e mille altre difficoltà che volutamente o meno impediscono anche a chi vorrebbe di procreare serenamente.

Mettere al mondo un figlio per un credente è partecipare all’atto creativo di Dio e Dio crea per amore, rinunciare a questa azione in fondo è una rinuncia all’amore. E rinunciare all’amore è abdicare alla vita, è un non riconoscere il valore dell’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio, questo porta inevitabilmente al disastro spirituale, morale e anche economico.