Quando l’Amore attende al semaforo



9 marzo 2012 ore 08:00 , scritto da don Giacomo Pavanello

È mattina. Un giorno qualsiasi, uguale al precedente e anticipo del successivo. Monto sulla sella dello scooter. Calo il casco sulla testa e lo aggiusto bene, stringendo la fibbia e aggiustando la sciarpa di pile pesante. Giro la chiave e il motore inizia a girare. Sto per dare gas quando decido che la routine va spezzata. Oggi niente tangenziale! Il serpentone di auto tra cui infilarsi in un gioco di equilibri e rapide manovre centimetriche lo lascio a domani. Oggi scelgo di passare per il Centro, lungo le strade che normalmente non si possono percorrere, se non con una due ruote. Effettivamente si allunga un po’, specie nei tempi, ma vuoi mettere? Dall’altra parte dell’Oceano partono gli aerei carichi di turisti desiderosi di visitare la Città Eterna, e io, che ci abito, non me la godo mai? Non è cosa…

Fermo ai semafori mi diverto ad indovinare le nazionalità dei passanti che attraversano le strisce pedonali, gustandomi lo stupore e la meraviglia di molti nel contemplare le bellezze della mia città adottiva. Anche io mi perdo nella bellezza delle forme architettoniche, dei colori dei monumenti, dei palazzi, sullo sfondo di un cielo azzurro. Mi sembra spontaneo sorridere, perché, penso, è cosi che capita quando incontri la bellezza: non riesci a stare indifferente. Non puoi non sorridere. Non puoi non gustarti la leggerezza che invade mente e cuore, rilassando le rughe del volto, sintomo esteriore di un cuore appesantito dalle brutture e dalle difficoltà della quotidianità.

Chissà da dove l’uomo ha preso lo spunto per concretizzare la bellezza! Chissà cosa abitava il cuore di architetti, scultori e artisti di ogni genere che hanno adornato Roma nel corso dei secoli! Chissà quanti occhi si sono lasciati invadere da tutto ciò!

Due semafori dopo, mentre la mia mente leggera si faceva cullare da quanto i miei occhi percepivano, accade l’imprevisto. Un ragazzino, non più di 12 anni, si accosta alle auto in fila. Forse è di etnia rom, ma non conta molto. È un bimbo. A quell’età i bimbi o giocano o vanno a scuola. Perché lui è lì? Perché è mandato lì? Già, perché, sono sicuro, se potesse scegliere, non sarebbe a quel semaforo. Un bicchiere di carta in mano e parte la raccolta di monetine, avvolto dai gas di scarico. Si fa avanti e giunge davanti a me. Ho la visiera del casco alzata. I suoi occhi incontrano i miei. Nessuno dice nulla. Soprattutto io. Non riesco a proferire parola. Anzi, non riesco a muovere un muscolo. Eppure non è una scena nuova ai miei occhi. Quanti altri mendicanti mi si sono parati davanti in questi anni… ma nessuno mi aveva mai guardato dritto negli occhi. Anzi, IO non avevo mai guardato nessuno negli occhi. Al massimo uno sguardo di traverso; tutto quello che altre volte ero riuscito a regalare era uno sguardo neppure pieno, ma semplicemente con la coda dell’occhio. Sono avaro anche nel guardare

Non ho nemmeno la forza di scrollare la testa, come a dire: “Vattene, non ho niente da darti, né una moneta, né il mio tempo”. Passano i secondi: lui guarda me, io guardo lui. Immobili. In quell’incontro di sguardi passa tutto. È un insieme di richiesta d’aiuto, di amore, di attenzione, di cura. Ma è anche un misto di sentimenti: rassegnazione, rabbia, frustrazione, dolore, disperazione. Un accenno di speranza ancora è visibile, ma è in agonia.

Nell’imprevisto di una situazione bizzarra, in una giornata che doveva avere solamente un piccolo diversivo alla routine quotidiana, avviene il secondo evento inaspettato: una lacrima solca il viso del bambino. La bocca ancora è serrata. Non dice nulla. Solo la lacrima parla, e quel braccino teso verso di me, con un bicchiere a nascondere la mano aperta.

Il semaforo diventa verde. Me ne accorgo dai clacson dietro di me. Il bimbo fugge con due salti ai bordi della strada. Tocca a me: dovrei accelerare e ripartire. Non riesco.

Nella mia mente fa capolino l’incontro di Pietro e Giovanni con il paralitico alla porta del tempio: “Quello che ho, te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, alzati e cammina” (At 3,1-6). E io cosa dovrei fare ora?

Metto lo scooter sul cavalletto, incapace di scegliere il da farsi. Sembro io il bambino, non lui. Compro qualcosa da mangiare e da bere. Timido mi avvicino e sorrido. Sono io a tendere la mano ora e lascio che la sua si riempia. Mi guarda timoroso e impaurito. Un brivido mi corre lungo la schiena pensando che forse avrà dovuto sopportare in passato anche l’umiliazione di tentare di essere comprato con un panino, in cambio di qualcos’altro. “Quello che ho, te lo do”. Non è certo un fagotto di cibo, ma l’Amore con cui io sono stato amato, perdonato, accolto, sostenuto. Quell’Amore che non può essere trasmesso a parole, ma solo con gli sguardi.

Terzo imprevisto della giornata. Il bambino mette il panino in una specie di saccoccia. Alza lo sguardo, sorride e mi abbraccia. La lacrima che solca il volto ora è la mia.

Ancora nessuna parola. Solo ancora un sorriso e le strade si dividono.

Mi rimetto nel traffico, con il cuore in subbuglio. Ma quanti cuori svuotati ci sono in questa città che accoglie questi anni della mia vita? Quante vite calpestate? Quante dignità cancellate? Quanti sguardi negati? Quanti sorrisi mutati in ghigni beffardi? E io? Che faccio? Che ce sto a fa’?

Ricordo bene quando la mia vita scivolava lungo il pendio del nonsenso e del dolore bruciante delle sconfitte… mi ha rimesso in piedi un Amore vero, l’incontro con l’autore della Vita, con Colui che ha dato la sua vita per me. E chi sono io per negare che, da me, un briciolo di tutto ciò giunga a chi è ancora schiacciato e calpestato? Chi sono io per negare un piccolo, umile, semplice gesto d’Amore che può riscaldare i cuori di questi piccoli?

“Tutto ciò che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40).