(Di Laura Savarese) ATTI DI FEDE-PERCORSI DELLA PROPRIA STORIA
8 luglio 2012 ore 12:38 , scritto da Tiziana Galluso ...
Grazie Laura per questa tua condivisione!
E’ credenza assai popolare e mediocre che, allo scopo di realizzare la conoscenza, la realtà sensibile del mondo materiale dia maggiori garanzie, di concretezza ed oggettività, rispetto a quelle offerte dal mondo dello spirito. Questa considerazione è errata, ed è conseguenza di un mancato esercizio (che porta ad escludere a priori l’efficacia dei processi non corporei che influenzano la realtà) delle facoltà umane in grado di cogliere la dimensione dell’anima, nonché di una mancata
conoscenza dei fondamenti sui quali poggia e trova origine il processo conoscitivo sensibile-razionale (distinto da quello spirituale). La gnoseologia dei sensi e quella della ragione non costituiscono le uniche forme reali di conoscenza, e soprattutto non la esauriscono. La realtà materiale è conosciuta attraverso sensi ed intelletto, ma già qualsiasi percorso conoscitivo che sia meramente osservativo ha un forte richiamo a principi teorici (grazie ai quali tale conoscenza è realizzabile, ed entro i quali qualsiasi esperienza percettiva ha significato) che si assumono come “atti di fede della ragione”. Nessuna conoscenza sensibile-razionale può aversi senza aver prima compiuto coscienti “atti di fede” in assunti teorici che si danno quali principi di cui fidarsi.
E’ più chiaramente intuibile come la domanda di senso e di speranza, che è alla radice di ogni esistenza umana, esiga una certa forma di “fiducia”, ed ogni atteggiamento conoscitivo in tale direzione sia una manifestazione concreta di questa “fede accordata”. Primissima quella nei confronti della vita: coscienza e responsabilità del vivere esimono dalla condanna alla rassegnazione, e concorrono ad afferrare quel senso cui si è protèsi. Chi vive l’abbandono fiducioso ai misteriosi intrecci della propria storia, che sente intessuta di speranza e amore, è rapito al dubbio, accolto e tenuto stretto fra i bracci di un’esistenza che lo rivendica suo. Così le attese risposte alle legittime domande di senso mutano i propri connotati in attesa, e consegna fiduciosa alla vita interrogata: in risposta singolarissima d’amore e riconoscenza da parte della propria persona. La corrispondenza del singolo all’invisibile rassicurante mistero è atto ragionevole di fiducia; il caricarsi il peso delle domande di senso senza pretese sicure risposte è resa d’amore. E’ la “Fede” in un’invisibile amante (che si fa Persona) a concretizzarsi in questi due atteggiamenti: è il terzo, più costoso, “atto di fede”.
L’uomo scopre in se stesso un inquieto cercatore di Dio. Ogni singolo incontro rinnova l’Incontro, e ogni colloquio è una mutua confessione d’amore: un concreto vivere della vita di Lui. Il mistero di questo innesto è così meraviglioso da manifestare fecondità spirituale. Tale relazione di comunione è un dare spontaneo, offerto dallo spirito: dono di quella sapienza che fa gustare tutto il sapore di Dio. L’atto ragionevole di fiducia nei percorsi della propria storia, fecondati e germogliati dall’Amore, assume così forma e sostanza in una “Fede” stabile e diffusiva, che sa incoraggiare l’inquietudine della ricerca e condurre alla pace dell’Incontro.
Lascio che a concludere questa mia riflessione sia Jack Kerouack, padre della ‘Beat generation’: inquieto credente e mendicante dell’Assoluto. Come un senza-Dio ogni giorno comincia a credere ed ogni giorno rinnova il suo personalissimo Incontro.
“Questa conoscenza della vita e dell’eternità non è una follia è solo quel caro e intenso amore che proviamo verso la nostra difficile condizione. Con la grazia di Dio Misterioso, alla fine dei tempi, forse soltanto in quel giorno essa verrà risolta e chiarita per tutti noi. Altrimenti non posso vivere. Senza eternità non si può vivere”.
(Kerouac, Un mondo battuto dal vento. I diari di Jack Kerouack: 1947-








Laura Savarese ha detto 9 luglio 2012
Grazie per la possibilità offertami, da te Tiziana e da questa Comunità accogliente nella quale sono entrata a far parte da circa un anno, di condividere riflessioni che tracciano la mia storia personale Gli atteggiamenti di fiducia di cui parlo sopra sono per me sostegni sui quali fondare ‘stabilmente’ la struttura della propria persona, al fine di promuoverne ogni forma di crescita e sviluppo. Possano essere un’opportunità per tutti.
don Davide Banzato ha detto 10 luglio 2012
L’uomo è un cercatore di Dio. Hai proprio ragione Laura! L’uomo può soddisfare i suoi bisogni, ma non potrà mai estinguere l’aver bisogno di qualcosa. E’ inscritto in noi il bisogno verso l’infinito. E’ impresso in noi il Sigillo dell’Amore Eterno!
Patrice Lauzeral ha detto 10 luglio 2012
Cara Laura, ciò che scrivi così bene è l’identikit del credente autentico. Dovrebb’essere l’atteggiamento che contraddistingue tutto ciò che si fa. Mi permetto di aggiungere solo un opinione personale e cioè che qualsiasi uomo cerca Dio nel profondo di sè perchè non ne può far a meno essendo fatto del suo stesso stampo. Ma, soprattutto, chi si ostina a negare Dio nella propria vita ed a negare il bisogno di felicità che solo Dio può dare è chiuso in un’ideologia deleteria e distruttiva. E’ la malattia del nostro mondo contemporaneo, che ha ormai raggiunto il suo parossismo e che solo grazie al perenne sacrificio di Gesù sulla croce potrà veramente riaversi. Credo che gli eventi di Medjugorje vadano interpretati sotto questo auspicio.
Un salutone.
Laura Savarese ha detto 11 luglio 2012
Negare la dimensione spirituale nell’uomo è negare l’esistenza di una parte costituzionale della persona: in un certo senso mutilarla di una parte di sé. Che siamo dei cercatori di Dio ce lo dice anche la scienza: è scritto nel nostro DNA. “Siamo nati per credere” e “la fede nel soprannaturale si appoggia a strutture celebrali”: questo dice oggi la neuroscienza. Ora, questa percezione del soprannaturale pare sia propria dell’uomo e di nessun’ altra specie vivente; e se la percezione di Dio è nell’uomo, questi può giustamente affermare di “essere a Sua immagine e somiglianza”: di essere ‘inabitato’ da Dio. E’ da questa consapevolezza che trae origine il personale cammino di crescita spirituale. Sentite: razionalmente è un po’ come dire che se siamo in grado di ‘afferrare’ un concetto, esso è realtà esistente o preesistente. Così già l’atto stesso di pronunciare il nome di Dio è identificarlo come realtà.
Usiamo il cervello dunque sfruttandone ‘tutte’ le potenzialità
Riporto qui sotto l’articolo di “la Repubblica” del 10 marzo 2009, che mi sembra un valido aiuto per la comprensione
http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/scienze/cervello/fede-dio/fede-dio.html
e concludo con le parole di Santa Chiara d’ Assisi che, pur non sapendo di scienza, tanto sapeva di Dio:
« L’anima dell’uomo fedele (…) è resa dalla grazia di Dio più grande del cielo. Mentre i cieli, infatti, con tutte le altre cose create non possono contenere il Creatore, l’anima fedele invece, ed essa sola, è sua dimora e soggiorno, e ciò soltanto a motivo della carità, di cui gli empi sono privi». (Fonti Francescane 2892)